Roma. A marzo il Cirque du Soleil, storica compagnia circense canadese, ha fatto ritorno a Roma innalzando il Grand Chapiteau a Tor di Quinto per ospitare lo spettacolo “Alegría – In A New Light”.
Fondata nel 1984 a Montréal da Guy Laliberté, ex mangiatore di fuoco, insieme a Gilles Ste-Croix e Daniel Gauthier, la compagnia di artisti di strada si è trasformata in un fenomeno globale, rivoluzionando il concetto di circo con spettacoli che uniscono acrobazie, musica dal vivo e narrazione visiva. Partendo dagli esercizi tradizionali, modificati e arricchiti, gli spettacoli del Cirque du soleil, senza animali, puntano all’abilità umana e all’estetica, creando esperienze immersive per il pubblico.
“Alegría – In A New Light” è la rivisitazione di uno degli spettacoli più iconici della compagnia, presentato per la prima volta nel 1994: con una regia più dinamica, nuovi allestimenti e con un cast internazionale di 54 artisti, tra acrobati, clown, musicisti e cantanti, lo spettacolo trasporta il pubblico in un regno senza tempo, che vede il contrasto tra tradizione e rinnovamento. I numeri circensi, alternati a momenti più teatrali, sono accompagnati da trucchi e costumi colorati e fiabeschi, nuove scenografie e acrobazie, da un sapiente uso di luci e dalla memorabile colonna sonora, in particolare la canzone “Alegría”, simbolo stesso del Cirque du Soleil.
Il titolo, che in spagnolo significa “gioia”, riflette lo spirito dello show che non ha una trama ben definita: un giullare di corte tenta goffamente di salire al trono mentre cresce il desiderio di portare alegría nel mondo. Ciò che è chiaro, invece, è che ogni performance è studiata per stupire il pubblico, dalle evoluzioni aeree ai giochi di equilibrio, dai trapezi volanti al contorsionismo, dai clown all’effetto nevicata.
La fusione tra arte circense, teatro e musica fa di “Alegría” un’opera che attrae spettatori di tutte le età in tutto il mondo: ci sono i bambini che ridono con i clown, ma anche gli adulti, le famiglie, e tutti restano incantati dai trapezisti che volteggiano in aria, dalle acrobazie più svariate con pali e cerchi rotanti, dalle danze del fuoco e dalle tempeste di neve.
Portato in scena da bravissimi circensi, questo spettacolo, che ha ridefinito il concetto stesso di circo contemporaneo, anche in questa “nuova luce” conferma di avere una straordinaria attrattiva: sin dalla sua prima rappresentazione più di 30 anni fa, “Alegría” ha incantato oltre 14 milioni di spettatori in 255 città e 40 Paesi e la sua colonna sonora, candidata ai Grammy Awards, è rimasta per 65 settimane nella Billboard World Music Chart.
Tutto questo racconta una storia di successo ma anche di una forte visione imprenditoriale e qui viene spontanea una riflessione riguardo il Cirque du Soleil e la sua natura rispetto al circo più classico, ovvero quello spettacolo viaggiante di felliniana memoria.
«Seduto sulle ginocchia di mio padre, in mezzo alle luci rutilanti, alle grida, ai ruggiti e sotto l’uragano degli applausi, ho provato la sensazione di aver trovato qualcosa che era in me da sempre, ma che rappresentava anche il mio avvenire, il mio lavoro, la mia vita. Era una profezia. Perché il cinema, questo modo di vivere in comunità con gli artisti impegnati nella realizzazione di un film, non è la stessa cosa che far parte di un circo? Artisti stravaganti, operai muscolosi, tecnici esperti del bizzarro, donne belle da svenire, torre di Babele formata da gente di ogni parte del globo e tuttavia capace di comprendersi, un’armata che invade i quartieri e si espande sulle piazze e le vie adiacenti, caos di richiami, di grida, di fracasso, ma anche di silenzi improvvisi».
Così parlava Federico Fellini, dando immediatamente l’idea della magia del circo e del grande fascino che esercitò sulla propria arte, come testimoniano quasi tutti i suoi film.
Si trattava, però, di un mondo diverso da quello del Cirque du Soleil: dal target ai costi, dall’organizzazione all’atmosfera, quest’ultimo ben rappresenta un’idea di circo che si è fatto impresa, capace di intercettare gusti e tendenze, creando spettacoli adatti al grande pubblico.
Senza voler sminuire il valore di tale fenomeno e le capacità dell’azienda e dei suoi lavoratori, la sensazione, però, è che sotto il Grand Chapiteaux si siano perse la magia e la poesia che caratterizzavano invece i numeri circensi tradizionali ma anche lo stile di vita di quegli affascinanti viaggiatori, fabbricanti di illusioni. Il circo che, con le sue roulottes, si piazzava improvvisamente dentro i paesi e le città, anche nei luoghi più remoti, esercitava una grande attrazione, anche per quella idea di libertà della vita nomade che alimentava un desiderio di fuga. E poi il tendone, la pista, le luci, i guitti, gli animali – oggi molto raramente – il divertimento e il cuore sospeso. Tutto ciò esiste ancora ma i tempi sono cambiati e c’è chi considera il circo una forma d’arte ormai superata: sicuramente è in grande difficoltà, come quasi tutto il mondo dello spettacolo dal vivo, e dovrà avere forse la capacità di adattarsi, come già sta accadendo, ai cambiamenti della società.
Intanto spettacoli come “Alegría” continuano a fare sold out e, dopo le date romane fino al 13 aprile, il suo tour continuerà con le tappe di Milano e, per la prima volta, Trieste.
Crediti foto: Anne-Marie Forker e Matt Beard.