Caserta. Il 20 marzo la Reggia di Caserta ha ospitato, nella Sala Romanelli, la presentazione di “Crash”, un’istallazione collettiva di arte contemporanea a cura di Giuseppe Loffredo con ICONIC Art System. La protagonista è stata la “Venere”, un vero e proprio manifesto sociale, simbolo di emancipazione e parità di genere, realizzato da Angelo Accardi, Luca Bellandi e Daniele Fortuna, che è stata accompagnata da opere di Rocco Ritchie, Alessandro Flaminio, Mimmo Di Dio, Gaetano Di Dio, Marco Grasso, Fabio Abbreccia, Daniele Accossato e Pedro Perdomo, artisti che hanno arricchito ulteriormente l’istallazione.
Giuseppe Loffredo, che si definisce “un amante dell’arte”, è stato l’ideatore della Loffredo Foundation for the Arts, una fondazione “accogliente”, che si sta impegnando a dar voce ad artisti giovani ed emergenti e, contemporaneamente, a quelli già più conosciuti, creando uno spazio inclusivo in cui diversi tipi di arte comunicano tra loro interagendo tramite le proprie peculiarità. Come lui stesso ha raccontato, ICONIC è nata durante una cena con Bellandi e Accardi, nel corso della quale si discuteva di quanto il concetto “romantico” dell’arte e la morale della stessa e degli artisti si siano persi, per inseguire la mera morale del denaro. Lo scopo della fondazione e di “Crash” è, quindi, quella di tornare a parlare d’Arte nel senso più ampio della parola. “Diverso” è la parola chiave del progetto di Loffredo, poiché le sue gallerie sono un bacino di stili e opere senza un reale filone narrativo, che hanno come unico scopo quello di emozionare, di trasmettere sensazioni.
Giuseppe Loffredo ha raccontato da cosa fosse nata la passione che l’ha portato a dedicare parte della sua vita all’arte: “Sono stato a una mostra fotografica di Helmut Newton e la persona che è venuta con me mi ha presentato questa mostra con una prospettiva completamente diversa, ha cominciato a farmi percepire le luci, i dettagli. Poco dopo nella sala successiva c’era un Modigliani, e da quell’opera ho iniziato a vedere le luci, i dettagli e soprattutto l’espressione, quello che voleva trasmettere. È stato un colpo… un amore a prima vista”.
L’apertura a Caserta, inoltre, è un altro simbolismo della fondazione stessa: partire da una città piccola, che quasi non conosce l’arte contemporanea, che è la più inclusiva in quanto spesso non ha bisogno di spiegazioni, per poi indirizzarsi pian piano a mete più grandi, dedicandosi alle prossime aperture, due in Spagna e due in Italia. Una sfida continua che rende il progetto ambizioso e romantico di Giuseppe Loffredo una scommessa meravigliosa.
Giuseppe ha poi parlato della “Venere”, l’opera centrale di questa presentazione: “La Venere non è identificabile, non è bianca, non è nera, non è uomo, non è donna, è persona. Rappresenta tutti quelli che sono i pregiudizi, i preconcetti, gli obblighi e le censure imposte dalla società. Simbolicamente la sveleremo, toglieremo il drappo che le copre la bocca, che la censura”.
Alta quattro metri, riempie prepotentemente la stanza, ha una capigliatura afro, un drappo che le vela la bocca e funge da strascico all’opera, che è caratterizzata da una resina bianca laccata di Angelo Accardi che dona un effetto marmoreo; dietro di essa uno specchio dipinto da Luca Bellandi, che crea un’illusione ottica che amplifica il simbolismo.
Daniele Fortuna ha raccontato del suo contributo alla Venere: una mela ai piedi di essa. Per lui è stato un uscire dalla sua “comfort zone”, sia per l’elemento rappresentato sia per il materiale usato diverso dal legno. Alla domanda “qual è il simbolismo della mela”, Fortuna ha risposto cercando di sradicare il significato “classico” da essa: “Alla mela io do il mio significato. Viene sempre associata al peccato, a una tentazione, a mio avviso invece non le si deve dare questo valore. Noi siamo persone, ognuna con la propria coscienza, nessuno obbliga nessuno a fare qualcosa, fa tutto parte di noi… il libero arbitrio, noi possiamo dire di sì e di no. Non c’è da dare colpe a nessuno, si dovrebbe far crollare questo mito che ha portato generazioni a esserne influenzate. La Venere vuole essere manifesto della parità di genere e secondo me la discriminazione parte da queste piccole cose che bisogna distruggere per arrivare a comprendere che bisogna essere uguali”.
Daniele Fortuna unisce, nelle sue opere, pop e classicismo, per questo quando lo si incontra non si può fare a meno di chiedergli da cosa gli sia nata quest’idea e da cosa sia stato ispirato: “Tutto nasce – ha dichiarato – dal fatto che creavo composizioni bidimensionali ma non avevo una riconoscibilità. Ho pensato quindi alla nostra storia dell’arte ricchissima… quale cosa più bella se non riprendere un patrimonio che già c’era rendendolo contemporaneo e, quindi, fruibile alle nuove generazioni alla mia maniera? Sono sempre stato molto attratto dalla mitologia, quindi ho voluto omaggiare la nostra cultura in due ambiti: quello artistico e quello emozionale, interiore. Dietro quello che faccio c’è molta interiorità; la vita è fatta di energia, di persone che conosco e che mi regalano emozioni che poi partecipano al mio processo creativo perché le trasmetto all’opera”.
Anche la scelta dei colori, quasi mai accesi e sempre tenui, affascina e incuriosisce lo spettatore ma ancora di più colpisce la motivazione della scelta: “Siamo in una società che prima aveva bisogno di provocazioni per svegliarsi e per rendersi conto di quello che avveniva intorno a sé, invece ora, per tutti gli avvenimenti che ci sono, abbiamo bisogno di delicatezza, per questo non volevo colori troppo accesi ma più delicati che accompagnassero la scultura classica già delicata di per sé. Noi abbiamo bisogno di qualcosa che non sia troppo strong, forte, feroce ma qualcosa di delicato che comunque abbia la stessa potenza provocatoria”.
Così ha affermato Daniele, con gli occhi che si illuminavano mentre pensava al simbolismo della sua arte, che vuole essere risposta a una società che cambia e che si vuole far avvicinare alla bellezza della scultura e della pittura, un po’ come quella di Luca Bellandi che, inizialmente, aveva incentrato le sue opere sul tributo ai classici, per poi abbracciare gradualmente un linguaggio contemporaneo. Conversando con lui ha risposto ad una domanda che a tutti verrebbe spontanea nel vedere il cambiamento dell’artista: “quest’ultimo è stato dettato dal desiderio di innovazione o è stato un processo naturale?”
“Un po’ tutti e due. Lavorando da diversi anni è facile ingabbiarsi in una tipologia di lavoro in cui ti senti al sicuro, io che non amo stare fermo, vivo dei momenti in cui mi rilasso e altri in cui ho bisogno di viaggiare con la pittura e questo mi ha sempre permesso di trovare un angolo di libertà nel mio lavoro. Mi guardo intorno e cerco di capire che posto ho nel mondo: il mondo va avanti e quindi attingo un po’ da tutto ciò che mi circonda rendendomi conto se sia necessario cambiare direzione o pedalare un po’ più forte”.
Bellandi ha poi raccontato del simbolismo delle sue opere rappresentanti vestiti che sembrano sospesi nell’aria, sfumati e leggeri, sospesi tra l’assenza e la presenza: “Ho sempre inteso l’abito, che io chiamo “ghost”, come un sarcofago moderno che racchiude l’anima delle persone, uomo o donna, ho scelto il corpo femminile perché è più lirico, più bello. Mi interessa chi c’è dentro questo abito, chi l’ha abitato. Mi sono immaginato come in un film di Kubrick: questi astronauti che in un futuro prossimo, nello spazio, trovano questi manichini e riescono a ricostruire la nostra società che intanto è cambiata o finita. Le scritte dietro sono pensieri, stati d’animo, canzoni…una cosa spontanea, l’idea è quella di incuriosire le persone e dar loro un input per crearsi una storia propria”.
Parlando della Venere, infine, ha spiegato la sua visione circa l’arte e il simbolismo legato ad esso: “Ci sono tante ingiustizie, le persone sono penalizzate per qualsiasi cosa, l’arte deve prendere una posizione, può aiutare a cambiare le cose, può aggiungersi a quei pochi che tentano di farlo, e noi ci siamo messi a disposizione, anche perché dà un senso anche al nostro lavoro”.
Oltre la Venere e i suoi artisti, la Sala Romanelli ha ospitato anche le opere di artisti emergenti con cui è stato possibile parlare e percepire così l’essenza del loro lavoro, la bellezza e la profondità della loro anima, tutto ciò trasfuso in una scultura o in un quadro, attraverso colori e metafore che colpiscono gli occhi e il cuore di chi si approccia ad esse.
Presente nella mostra un quadro di Pedro Perdono, un artista spagnolo di soli 25 anni con cui è stato possibile parlare grazie alla traduzione di Yuri, un ragazzo che lavora per la mostra di ICONIC a Caserta. Il dipinto mostra un ragazzo che “fuoriesce” dall’acqua, da un mare con diverse tonalità di blu, cangiante, che colpiscono l’occhio dello spettatore. Per riuscire a riprodurre un colore così limpido e “variabile” Pietro, spiega, è partito da diverse foto che ha fatto al mare della sua isola del cuore, Tenerife, che lo ha ispirato in tutti i suoi quadri, come se fosse uno “strumento” funzionale alla sua arte. Il ragazzo rappresentato è l’artista, sono i suoi conoscenti, siamo noi, che ci “immergiamo” in un’acqua che ci fa entrare in contatto con la natura ma soprattutto con noi stessi, in un luogo in cui essere in pace, in cui incontrarsi con l’artista stesso.
Fabio Abbreccia, invece, è un artista che ritrae nelle sue opere soprattutto la figura femminile, attraverso un gesto pittorico dinamico e un colore che diventa protagonista dell’opera. Colpisce durante la mostra, infatti, la donna da lui ritratta, una Venere, con degli occhi penetranti e le mani che coprono il seno: “Da sempre lavoro sulla figura femminile, l’ho fatto a vari livelli, a quelli più semplici come l’autoritratto, a quello un po’ più estremo legato all’effetto sensuale di un corpo. Da qualche anno l’esigenza per me è da un punto di vista formale, interpretare un po’ di pittura classica, perché ero in uno stato di grande ricostruzione e avevo l’esigenza di fare quasi un passo indietro, di ritornare, ad esempio, alla rappresentazione dello sguardo, che avevo totalmente perso negli anni precedenti. Mentre lavoravo sul colore e il ritorno al classico sono giunto a questo tipo di impostazione, più che alla Venere in sé al gesto classico con cui viene rappresentata, un gesto di pudore che “arretra” il corpo spinto e sensuale davanti allo spettatore. Gli elementi si sono uniti pian piano. È una figura che in qualche modo si impone con lo sguardo però poi si sottrae alla vista”.
Il corpo della Venere è costituito da pennellate di colori tendenti tutti ad un rosa che, spiega l’artista, è lui stesso a creare tramite la combinazione di pigmento rosa con oli e paste per poi andare a definire sulla tela le varie tonalità e sfumature. Il rosa è fondamentale per l’architettura di un suo intero dipinto; è un colore che negli ultimi secoli è stato definito femminile e che lui vuole sradicare da questa concezione, tramite le nuance violente e forti che riesce a creare.
Era presente, infine, Gaetano Di Dio, un artista cresciuto in una famiglia in cui si respirava l’arte, e che ha tratto ispirazione anche da suo padre, Mimmo Di Dio, con il quale è nata la collaborazione che Gaetano ha definito il “progetto più importante della sua vita”: “New Tentation”, il disegno di Adamo ed Eva su un computer della Apple, due elementi contrastanti che generano un forte ossimoro.
“Quest’opera è un mix tra le nostre due visioni – ha detto Gaetano riferendosi a lui e il padre – la mia visione più innovativa e tecnologica si fonde con uno stile di pittura più tradizionale e legata anche al passato. È stato bello giocare con due elementi che di solito nella realtà non stanno insieme e creare qualcosa come nessuno si aspetta. E sono sempre delle immagini o delle istallazioni che lasciano spazio al ragionamento. Il contrasto tra Adamo ed Eva e il Mac della Apple, che come simbolo ha una mela mangiata, possono portare a una discussione sul peccato. Ci sono tanti elementi che puoi prendere, osservare e razionalizzare”.
L’osservazione e la razionalizzazione sono due delle parole chiave per comprendere un’opera di Gaetano, come “The Last Call”, in cui ha cercato di reinterpretare in chiave contemporanea il “Giudizio Universale” di Michelangelo andando a sostituire tutti i personaggi sacri con personaggi contemporanei, come Trump, il tutto reso più vivido dall’uso di colori molto saturi. In un solo anno è riuscito a riprodurre fedelmente, in altezza, larghezza e a livello compositivo, l’originale.
Gaetano ha infine espresso un’ultima riflessione sull’intelligenza artificiale, argomento centrale in molte discussioni di tutti i giorni, che lui apprezza e non demonizza affatto: “Può aiutare ed è sempre uno strumento che un artista può usare affrontando qualsiasi tipologia di progetto utilizzando le nuove tecnologie. La mente che c’è dietro è sempre la mia. Sono macchine che tu utilizzi per raggiungere i tuoi scopi personali”.
Alla Reggia di Caserta l’Arte ha fatto sentire una nuova voce, rendendo la Sala Romanelli contemporanea e inclusiva: la Venere di ICONIC non chiede permesso, cambia, non ha etichette, non ha confini, è tutti e nessuno, è un corpo censurato che si svela, un riflesso che ci costringe a guardarci dentro.
È questa l’essenza di “Crash”, poche opere che si susseguono, diverse tra loro, che valicano i confini di una mostra “tradizionale” trovandosi tutti in una stessa stanza, dialogando con le loro differenze e generando un valzer di Arte che invita tutti gli spettatori a ballare.
Un romantico progetto di inclusione che ha portato alla realizzazione di un qualcosa di vivo e pulsante, un incontro tra linguaggi diversi, un manifesto di libertà, un invito a lasciarsi trasportare dalle emozioni senza paura, perché l’Arte non impone limiti.
Li spezza.
Crediti foto: Marco Deodato.